Di cosa parleremo in quest'articolo:
Prima di tutto una precisazione onesta, perché è da qui che parte tutto: non sono un'etologa e non lavoro con la fauna selvatica. Con MyAnimal mi occupo di benessere animale da un'altra prospettiva, quella degli animali domestici. Ma proprio perché passo le mie giornate a chiedermi cosa significhi davvero "rispettare" un animale, in Zambia non sono riuscita a godermi il tramonto sul fuoristrada senza che una domanda iniziasse a farsi largo, sempre più scomoda: un safari etico esiste davvero, o è comunque un compromesso?
Vederli "liberi" ci mette in pace con la coscienza, soprattutto se li paragoniamo agli animali di uno zoo o di un circo. Ma è una libertà vera? O è solo un'altra forma del nostro egoismo, vestita meglio?
Qual è il prezzo che paga un leone, un ghepardo, un elefante, perché noi possiamo scattare la foto perfetta?
Me lo sono chiesta guardando gli animali ignorare completamente le vetture. Passano a pochi metri dalle ruote, continuano a cacciare o a riposare, sembrano indifferenti. "Sono abituati, non gli importa nulla", dicono spesso le guide.
Ho voluto controllare se fosse vero, o se fosse solo la versione più comoda della storia.
Non ho trovato ricerche specifiche sui leoni della Zambia, ma qualcosa di molto simile è stato studiato a fondo in Kenya, nel Masai Mara, sui ghepardi. La ricercatrice Femke Broekhuis, dell'Università di Oxford, segue da anni le femmine con cuccioli, e i suoi dati raccontano una cosa scomoda: nelle zone dove il traffico di veicoli turistici è più alto, il numero di cuccioli che arriva all'indipendenza è più basso. Non è la singola jeep a fare danno. È l'assembramento: la stessa Broekhuis racconta che in certi punti del Masai Mara non è raro vedere più di trenta fuoristrada fermi sullo stesso avvistamento, tutti a pochi metri dallo stesso animale.
Un altro filone di ricerca, condotto su gorilla di pianura occidentali nella Repubblica Centrafricana, ha misurato gli ormoni dello stress nelle feci degli animali e ha trovato che ogni volta che i turisti violavano la distanza di sicurezza raccomandata (7 metri), quei livelli salivano, anche quando i gorilla, agli occhi di chi guardava, sembravano perfettamente tranquilli.
Messe insieme, queste ricerche dicono una cosa che il ranger mi ha confermato sul campo: l'indifferenza esterna di un animale verso la macchina non equivale automaticamente a benessere. Può darsi che l'animale abbia solo imparato che quella singola jeep non è un pericolo immediato. Ma questo non significa che la sua presenza, moltiplicata per decine di altre jeep nello stesso punto, non abbia un costo fisiologico reale.
E poi c'è il rovescio della medaglia, quello che rende tutto più contraddittorio: il turismo da safari è anche una delle poche fonti di reddito che tengono in piedi la conservazione in molte aree protette africane. Nel 2020, quando il turismo si è fermato, il Kenya ha perso oltre un miliardo di dollari di ricavi legati al settore, e in diverse zone che dipendono dal safari il bracconaggio di sussistenza è aumentato in modo netto, semplicemente perché alle persone del posto è mancata una fonte di reddito sicura. Il mercato del safari africano oggi vale circa 17 miliardi di dollari, ed è in crescita. Quando quei soldi finanziano ranger, pattugliamenti anti-bracconaggio e scuole locali, il safari smette di essere solo un consumo estetico e diventa, davvero, uno strumento di tutela.
Quindi no, non c’è una risposta semplice. Un safari a impatto zero per la fauna selvatica non esiste. Ma possiamo scegliere quello fatto con più consapevolezza possibile, da un operatore che accetta di essere messo in discussione.
Per questo, in Zambia, patria del walking safari, dove camminare nella boscaglia accompagnati da un ranger armato è una tradizione consolidata da decenni, ho voluto provare a scendere dalla macchina.
Ho fatto un'esperienza guidata, con un ranger professionista che conosceva quella terra molto meglio di quanto io conosca la mia città.
A piedi cambia tutto. Non ti puoi avvicinare troppo a un animale: sarebbe pericoloso per te e una violazione del suo spazio. E allora impari l'umiltà di osservare invece che inseguire.
Il ranger mi ha insegnato a leggere l'impronta di un elefante sul terreno e a stimarne l'altezza dalla circonferenza della zampa. E mi ha mostrato, durante il cammino, la cooperazione silenziosa tra babbuini e impala: di giorno i babbuini fanno cadere i frutti dagli alberi per gli impala, e gli impala, quando percepiscono un pericolo grazie al loro udito e olfatto più acuti, danno l'allarme e svegliano i babbuini che dormono sopra di loro.
Vedi le impronte, i rami spezzati, ascolti i suoni, osservi come cambia il comportamento degli altri animali. Capisci che la natura parla, agisce, non si ferma mai. Ma la verità è che noi non conosciamo quel territorio. Non sappiamo leggerlo, non sappiamo interpretarlo. Dipendiamo completamente da chi quel codice lo conosce davvero.
Camminare mi ha fatto sentire piccola. Ospite, non protagonista. Ed è esattamente la sensazione che dovremmo cercare ogni volta che entriamo in un ecosistema che non è il nostro.
Se stai pensando a un safari in Africa, la domanda da farti prima di prenotare non è "quanto costa?" ma "come si comporta il ranger/la struttura quando nessuno guarda?".
Alcuni criteri concreti, verificabili prima di prenotare:
Quanti veicoli per avvistamento. Chiedi all'operatore quale sia la loro policy quando più mezzi si trovano sullo stesso animale. Sono proprio le situazioni con decine di jeep sullo stesso punto quelle in cui la scienza registra i costi più alti per gli animali. È uno degli indicatori più importanti di un safari responsabile.
Rispetto delle piste. Nelle riserve pubbliche più regolamentate i veicoli sono obbligati per legge a restare sulle piste segnate. Se una guida esce di continuo dal sentiero per avvicinarsi di più a un animale, è un segnale da non ignorare.
Cosa succede ai ricavi. Le strutture che assumono ranger e guide del posto, e che reinvestono parte dei proventi in scuole o programmi comunitari, danno alle comunità locali un motivo concreto per proteggere gli animali dal bracconaggio, invece di subire il parco come qualcosa di estraneo. Questo è uno dei principi fondamentali dell'ecoturismo.
Alternative a piedi. Se un operatore offre anche walking safari con ranger armati e qualificati, è di solito un buon segno: significa che ha investito in un modo di fare turismo più rispettoso delle distanze naturali degli animali.
Nessuna garanzia di avvistamento animali. Questa è la rule of thumb per farci immediatamente un’idea del safari proposto. Siamo in Natura, e nessuno può garantire di vedere cuccioli di leone, o un determinato numero di specie. Certo, i ranger conoscono benissimo il territorio e sanno indicativamente dove gli animali sostano, si abbeverano o pascolano; ma nessuno ha la certezza di incorrere in un determinato animale, mai.
Nessuno di questi criteri garantisce un safari a impatto zero. Non esiste. Ma sono domande a cui qualsiasi struttura seria dovrebbe saper rispondere senza esitare.
Il safari mette a nudo una tensione che riguarda tutto il rapporto tra esseri umani e animali, non solo quello con la fauna selvatica: il desiderio di avvicinarci a un animale nasce spesso da un bisogno nostro, di bellezza, di connessione, di uno scatto da portare a casa, più che da un reale ascolto di ciò di cui l'animale ha bisogno. Non è così diverso da quello che succede quando si sceglie un cane o un gatto senza conoscerne il linguaggio: l'amore, da solo, non basta se non è accompagnato dalla conoscenza. Scegliere un operatore che limita i veicoli, rispetta le piste e coinvolge le comunità locali non azzera l'impatto della nostra presenza. Lo rende, semplicemente, più etico.
Sono tornata a casa con più domande di quante ne avessi portate via, e con una contraddizione che mi porto ancora dietro: l'individualismo che ci spinge a cercare la foto perfetta, contro il senso di comunità silenziosa che ho visto tra un babbuino e un impala nella boscaglia. Non l'ho ancora risolta. Forse non si risolve. Forse va solo tenuta viva, come una domanda a cui rispondere ogni volta che si riparte.
Un safari fa male agli animali? Dipende da come viene condotto. Gli studi mostrano che l'assembramento di troppi veicoli sullo stesso avvistamento ha un impatto misurabile, ad esempio sulla sopravvivenza dei cuccioli di ghepardo nel Masai Mara. Un singolo veicolo, gestito con distanza e rispetto, ha un impatto molto più contenuto.
Cos'è un walking safari? È un'escursione a piedi nella boscaglia, guidata da un ranger armato e professionista. In Zambia è una tradizione consolidata: invece di osservare gli animali da un veicolo, si impara a leggere impronte, segnali e comportamenti, mantenendo sempre una distanza di sicurezza.
Come si sceglie un safari etico? Verificando la politica dell'operatore su numero di veicoli per avvistamento, rispetto delle piste segnate, reinvestimento dei ricavi nelle comunità locali e disponibilità di alternative a piedi.
Fonti e riferimenti scientifici:
Dati Statistici e Popolazione Pet in Italia: Rapporto ASSALCO – ZOOMARK 2026 (XIX Edizione): Alimentazione e cura degli animali da compagnia. Indagine demografica condotta da SWG per Assalco.
Analisi dei Consumi, Canali di Vendita e Trend Petcare: Circana 2025 – Totale Italia Omnichannel.
Impatto della presenza dei cani sul luogo di lavoro (Corporate Welfare): Cattedra di Psichiatria, Università degli Studi di Milano.